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Si ritiene che Shakespeare (1564-1616) abbia scritto il Riccardo III intorno al 1591,
l'Amleto nel 1600 e l'Otello nel 1602. Tre tragedie apparentemente molto diverse tra di loro, accomunate soltanto dalla straordinaria forza espressiva dei personaggi ai quali
l'autore conferisce un approfondimento psicologico probabilmente senza eguali nella storia della drammaturgia di tutti i tempi.
In questo adattamento abbiamo voluto evidenziare, selezionando opportunamente alcuni brani delle tre tragedie, un sorprendente unico filo conduttore che
l'immaginario e surreale personaggio del buffone aiuterà a comprendere. Sedici personaggi ci condurranno
all'interno dell'animo umano; sedici personaggi più uno: la musica.
E' il tradimento il train d'union di questo lavoro; il tradimento delle persona più care, il tradimento degli amici, il tradimento che viene seguito nei tre atti in tutte le sue fasi. Le motivazioni e la gestazione del tradimento prendono corpo tramite il perfido personaggio di Iago. La motivazione conclamata, la vendetta per presunti torti subiti, nasconde maldestramente le vere ragioni: la rabbia e soprattutto
l'invidia. La gelosia di Otello, stimolata abilmente da Iago, è solo un mezzo per portare a termine il diabolico fine del traditore. Desdemona, Cassio, Roderigo e lo stesso Otello sono delle semplici pedine
nell'astuta partita a scacchi che Iago gioca a loro insaputa.
La sconfitta del tradito è ancora più amara nella consapevolezza di aver riposto la fiducia nella persona sbagliata. Al pari di Otello, anche Amleto è stato tradito: lo zio ha impunemente ucciso
l'amato padre, Re di Danimarca, per usurparne il trono. Qui il tradimento è già avvenuto e ad Amleto, spetta la decisione, la scelta
dell'azione o della non azione, il coraggio di reagire o la vigliaccheria
dell'inedia. Amleto deve scegliere tra l'essere e il non essere. L'Amleto non è la tragedia della volontà,
dell'incertezza e dell'indecisione, ma l'indagine più approfondita che sia mai stata compiuta di uno stato
d'animo, della condizione del vendicatore dinanzi alla propria coscienza umana. La Regina madre e Ofelia giocano il ruolo inconsapevole di freni inibitori nei confronti del principe Amleto, il quale tuttavia sceglie
l'essere e prende la decisione di vendicare il barbaro assassinio del padre.
Anche la principessa Anne ha ormai deciso di vendicarsi e uccidere Riccardo, assassino reo confesso del marito e del suocero. Shakespeare ha genialmente immaginato Riccardo deforme, quasi a rendere visibile la malvagità del personaggio. Ma
l'istrionismo di Riccardo, la sua squisita retorica e la sua perversa falsità, ne fanno un personaggio tragicamente affascinante pur nella sua mostruosità. La retorica e la falsità sono state da sempre le armi con le quali il potere esercita la sua seduzione sui popoli di ogni tempo. Così Anne (e forse anche il pubblico!) in un lungo e drammatico dialogo che ha
dell'incredibile, ne rimane addirittura conquistata. Riccardo non esiterà ad uccidere il fratello Clarence e la stessa Anne, per libidine di potere, ed il fedele cugino Buckingham il quale, seppur spietato, ha solo un attimo di perplessità
nell'eseguire un ordine efferato.
Si sa, il teatro è finzione e fantasia; quindi può capitare che, sovvertendo la tradizione del teatro elisabettiano, Amleto sia interpretato da una donna per conferire maggior distacco personaggio-interprete e così risaltare
l'universalità di quel travagliato stato d'animo; può capitare che nel filo conduttore che unisce Iago, Amleto e Riccardo, essi si ritrovino infine faccia a faccia per la resa dei conti; può capitare che tutto si concluda in modo tradizionalmente tragico oppure, citando Fellini, provando ad immaginare un finale con un barlume di speranza. Noi abbiamo fatto la nostra scelta. E voi? Avete fatto la vostra?
La grandezza di un poeta sta nell'universalità dei suoi scritti, così oggi, dopo oltre quattro secoli dalla nascita, Shakespeare non cessa di stupirci per la complessità, la sconvolgente bellezza e
l'attualità delle sue tragedie, le quali non possono che far dire al buffone sul
finale: ...il resto è silenzio.
Giuseppe Raso
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